mercoledì, 21 ottobre 2009
Da venerdì sono ammalata.

Influenza.

Non suina spero.

Da venerdì ho un raffreddore da 1000 cavalli e anche un po' da fieno.

Non respiro la notte né il giorno, le mie energie mi consentono a malapena di impugnare il fazzoletto per espletare ciò che ho dentro e per fortuna almeno quello e tutto ciò che mi circonda, il letto e il comodino in primis sono ricoperti di suddetti pezzi di carta, ignorando la prima regola di Topo Gigio che spiega come sia importante, ai fini di evitare un contagio di massa, cestinare il tutto dopo l'uso.

Da venerdì ho un mal di gola che mi impedisce di esprimermi. Non riesco, per grande gioia dell'Omino a spiccicare nemeno mezza parola senza essere scambiata per un citofono.

"Omino, faresti un brodino caldo a crautina tua?"*

"Si? chi é?"

"Omino?"

"Pronto? Chi é????"

"Omino..."

"Sempre con questi scherzi idioti, ma mo’ mi sente il figlio del vicino"

E così via.

Da venerdì ho un mal di orecchie micidiale, ma così micidiale che oltre alle stilettate alla ghiandole simili a contrazioni da parto, questo fa si che io non senta nulla. Niente. Con mia gioia questa volta.

"Crautina, lo vuoi il brodino?"

"..."

"Crautaaa:.. il brodo, lo vuoi?"

"..."

"Brodooo?!?!"

"..."

"mah! sarà morta…allora preparo due spuntature con la salsiccia, va bene?"

"..."

"Chi tace acconsente"


Da venerdì sono preda di notturni attacchi di tosse (secca) che mi squassano letteralmente in due il mio esile petto (esile nel senso che ci sta poco e nulla da squassare) e mi impediscono il sonno dei giusti.
 
Ho mal di testa e nausea.

Non riesco a stare in piedi per più di cinque minuti senza capitolare miseramente al suolo ma se sto a letto mi urto i nervi.
 
Ho mal di schiena, mal di gambe e mal di chiappe. Mal di ossa in generale.

Senza contare il mio aspetto: ho due occhiaie che levati, si sono espanse per tutto il viso, ho il naso arrossato e screpolato, ho gli occhi piccoli e cisposi, i capelli si sono simpaticamente agglomerati in un unico, gigante, enorme dred e in più puzzo come il gorgonzola fuori dal frigo il 15 di agosto.



Insomma.

Faccio veramente schifo.

Sto veramente male.

Ma.

C'è un ma.

Se penso che ogni santa mattina mi alzo e percorro chilometri e chilometri al freddo e al gelo. Con il sole o con la pioggia, con il vento o con la neve,  per andare a fare un lavoro che sinceramente, per usare un eufemismo, odio,

è molto meglio tutto questo.

Molto meglio.

Speriamo che duri.

La febbre dico.
 
 
 
 
*Da leggere rantolando
venerdì, 16 ottobre 2009
A tutti voi. un sincero grazie.

e un felice anno nuovo.

e anche questi mesi di rimanenza.

Grazie

postato da: crautoviola alle ore 08:57 | Permalink | commenti (14)
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martedì, 13 ottobre 2009

...Son dolori.

Io per fortuna non è che ce l'ho proprio così.

Anzi.

Ogni tanto ci vorrebbe un po' più di audacia.

Vabbé. Basta così.

Il punto è che mi servite.

Con oggi apro ufficialmente l'angolo della pubblicità occulta del Crauto.

Vi devo chiedere un enorme favore.

Enorme.

Ma così enorme che diventa quasi una supplica.

Se andate sul link in basso visualizzerete una foto di un wc in mezzo alla natura con un bel girasole che spunta dal nulla.

Non è uno scherzo.

è surreale.

è brutto.

è fuori luogo.

Ebbene, l'abbiamo creato io e l'omino.

Per noi?

No, per un concorso.

Dove si vince (anche) per votazione.

Siccome che io non ho mai vinto niente nella mia breve ma già misera vita, mi chiedevo se per caso non si potesse dare un paio di mani alla sorte, così, tanto per.

Suvvia, ci si prova.

Come già detto ad alcuni miei amici, in cambio del vostro voto posso offrire un bel rene nuovo di zecca. Oddio, ha 25 anni, ma è come se fosse intonso. Giuro.

Certo, soffro di calcoli proprio ai reni, ma questo è un dettaglio.

Un piccolo bombardamento con le onde elettromagnetiche e tutto si risolve.

Basta poco che ce vo?

Quindi, orsù, sbrigatevi a votare, che di reni ne ho solo due purtroppo.

Finiti quelli si passa a dei praticissimi pezzetti di intestino da aggiungere alla vostra collezione.

Meno pregiati, ma sicuramente ricercati.

Come?

Non collezionate intestini?

Questo è il momento giusto per iniziare!

...


Seriamente, non sentitevi costretti.

In compenso io mi sento molto in imbarazzo perché non amo chiedere, né costringere né mostrare.

Ma vi ringrazio veramente di cuore.

Anche solo per l'attenzione*


 

 www.premioterna.it/it/scheda/natura-viva-2

 

Artista: Postartomica

Categoria:GigaWatt

Codice opera: 5754

Pagina 77



*gente, come sono umile.

Si ma sono anche seria. grazie, grazie, grazie.

(Il Crauto e i suoi piccoli sdoppiamenti di personalità)

Un piccolo appunto.

è probabile, molto probabile che io ci ripensi e che cancelli immediatamente questo post.

Perciò se ambite al crauto-rene, sbrigatevi!
 

venerdì, 09 ottobre 2009

I suoceri mi fanno spesso intendere quanto la loro vita sarebbe migliore con un nipote che riempirebbe le loro vuote giornate (ma girare il mondo no?)


Mio padre mi interroga ogni tre per due sul motivo per cui io non sia ancora diventata una persona affermata e di successo.


Mia madre non dice nulla, ma mi guarda speranzosa ogni volta che mi vede.


 
La compagna di mio padre pensa di spronarmi ad essere una persona migliore, in realtà mi tormenta e basta con le sue menate su come essere felici e su come è felice lei.
 
 
Il compagno di mia madre non dice nulla, come mia madre, ma anche lui mi guarda speranzoso. Ogni tanto fa qualche battuta sulla mia vita disperata. Ma penso perché sia un mal comune mezzo gaudio. Non c’è cattiveria.
 

La mia amica M. mi dice in continuo quello che devo o non devo fare, mi ripete in continuo come è appagata ora che ha una figlia di sei mesi ed è ingrassata di 25 chili.
 

L'Omino non è che dice poi molto, ma ogni tanto pure lui pretende qualcosa.
 

Al lavoro i capi di sovente mi ripetono che il mio rendimento non è più quello di una volta. E se posso fare di più.


L'altro giorno mi è arrivato lo stipendio. Era talmente una miseria che è già finito.


Vivo in un posto dove ancora non c'è acqua potabile.
 
 
Vivo in un posto dove non ci sono negozi.
 
 
Per comprare qualsiasi cosa devo necessariamente prendere la macchina per minimo 20 minuti.
 
 
Abbiamo una sola macchina che spesso è appannaggio dell’Omino per via dei suoi orari strampalati.
 
 
Vivo in un posto che è proprio di fronte casa de miei suoceri.
 
 
Questo fa credere loro che siamo a loro disposizione sempre. In ogni momento della giornata.


Per essere al lavoro alle 14 devo uscire di casa alle 11,50


Esco al lavoro alle 18,30 e arrivo a casa alle 20.
 
 
Vivo praticamente alla stazione Termini, assieme ai barboni.
 
 
Sono secoli che non faccio shopping (attività di vitale importanza per una femmina sui 25)
 
 
Sono secoli che non ho vita sociale.
 
 
Sono secoli che cerco di cambiare le cose ma non ci riesco ancora.
 
 
 
 
Mi stupisce come io non sia afflitta da quotidiani attacchi di panico e/o crisi di ansia.
 
 
Mi sorprendo che i miei nervi siano ancora al loro posto dopo tutto questo.
 
 
Amo questi piccoli miracoli.
 
 
Grazie.




 
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categoria:karma, omino, tormento, parentame, crauti a colazione
lunedì, 05 ottobre 2009
Anche questo sabato, ormai in preda ad una vero e proprio invasamento, io e l'Omino ci siamo recati al Macro per la nostra dose di arte & cultura settimanale.


Abbiamo visto delle cose enormi, coloratissime, surreali e, inutile dirlo, meravigliose.
 
 
Foto, installazioni con enormi elastici variopinti, caleidoscopici pannelli rotanti che creavano illusioni ottiche, giochi di luce, composizioni acide, dollari tatuati, Super Mario, Mastro Lindo e la Statua della libertà tutte in un’unica realtà e chi più ne ha più ne metta.


Il trionfo dell'arte moderna, praticamente.
 
 
Per chi piace il genere, sono stati adibiti due interi padiglioni pieni zeppi dei lavori di questi artisti (passatemi il termine)  tutti usciti freschi freschi da New York.


Inutile dire quanto è stato bello.


Inutile dire che le nostre sciatte figure hanno fatto pena alla cassiera all'entrata che ci ha fatto entrare gratis.


Inutile dire come sono stata bene.


Inutile dire come erano spettacolari le robe che ho avuto occasione di rimirare.


Certo, si sa, l’arte moderna è spesso indigesta e  non sempre facile da capire.
 
 
Prova lampante è stato un ignaro Omino che non resistendo al richiamo della natura ha usufruito dei bagni del museo per un atto liberatorio.
 
 
Fin qui nulla di strano.
 
 
Capita.
 
 
Peccato che suddetti WC erano opera di un tale scultore (ora come ora mi sfugge il nome proprio) che li aveva adibiti a sua creazione inserendo graffiti e sculture all’interno.
 
 
Quando si dice una “pisciata d’autore”
 
 
Scusate la volgarità.
 
 
Volevo sprofondare.
 
 
Anche l’Omino, penso.



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categoria:demenza senile, omino, faccio cose vedo gente
venerdì, 02 ottobre 2009
La Crauto nonna ha 80 anni.


Il Crauto appena 25.


La Crauto nonna ne dimostra a malapena 60, ben 20 di meno.


Il Crauto ne dimostra più o meno 25, cioè quelli che ha, ma la sua età interiore si aggira sui 35 - 40.


L a Crauto nonna ha un sacco di soldi.


Il Crauto ha un sacco di altre cose. Di sicuro non i soldi.


La Crauto nonna è sempre attenta al vestire, ama la moda giovanile e adora indossare capi di abbigliamento ricercati che esaltino la sua corporatura minuta rendendola, se possibile, ancora più giovanile di come già è. Spesso e volentieri è suo uso mettere anche vecchi vestiti del Crauto, opportunamente riadattati dalla sue abbili manine di sarta.


Il Crauto ama anche lei i vestiti particolari, ma a volte, il più delle volte, si veste con i sacchi dell'immondizia per mancanza di tempo/soldi/volontà.
 
 
La Crauto nonna è una forza della natura. Non sta ferma un attimo, impiega il suo tempo gestendo un negozio di vestiti, camminando per chilometri e chilometri, ballando negli appositi luoghi, andando di tanto in tanto al cinema e/o teatro, viaggiando con le sue innumerevoli amiche, curando le sue amate piante e preparando fettuccine. Unico elemento che in un qualche modo può fornire un indizio della sua vera età (si sa che le nonne amano di sovente preparare fettuccine. Chili di fettuccine).
 
 
Il Crauto è una forza della natura solo a parole, quando può ama svaccare al letto o sul divano, trascorrere il suo tempo libero leggendo un fumetto o al massimo un libro guardando le piante (degli altri)  e non prepara manco un sugo, altro che fettuccine. Adora anche lei viaggiare ma non ha né le amiche né i soldi per farlo, sono due secoli che non mette piede in un locale ma a suo favore ogni tanto va al cinema.
 
 
La Crauto nonna ha un sacco di ammiratori. Spasimanti veri e propri che, colpiti dalla sua vitalità, cadono ai suoi piedi come pere stra-cotte.
 
 
Il Crauto, compiuti i 20, non ha avuto più manco un ammiratore. È già tanto se c’ha un Omino.
 
 
L’hobby preferito dalla Crauto-nonna è la compravendita delle case. Le sue innumerevoli case.
 
 
Il Crauto ama invece immaginare come sarebbe la sua vita senza un mutuo strangolatore.
 
 
La Crauto nonna è vanitosa, si piace adesso come prima se non più di prima, è ben conscia del suo essere particolare, dei suoi capelli liscissimi e biondi (tinti ovviamente), dei suoi denti bianchi come perle e del suo naso dritto e ancora ben proporzionato al viso.
 
 
Il Crauto ha smesso di essere vanitosa da un pezzo, si piaciucchia a giorni alterni ed è anche lei conscia del fatto di essere purtroppo particolare con i suoi capelli a cavatappi, con i suoi denti dalla simpatica tinta “giallo – fumo”, del suo naso sempre un po’ troppo grande per il viso smunto.
 
 
La Crauto nonna è in ogni momento circondata da uno stuolo di gente. Sempre. Conosce tutto il suo quartiere e si muo0ve per le strade del Collatino come un’ape regina nel suo alveare.
 
 
Il Crauto è da un po’ che non vive nel Collatino. Comunque anche quando ci viveva a stento riconosceva i suoi ex compagni di classe.
 
 
La Crauto nonna fa progetti futuri per i prossimi 15 anni. Da ciò si deduce che è nelle sue intenzioni arrivare minimo a 95 anni in perfetta salute e in pieno possesso delle sue facoltà intellettive.
 
 
Il Crauto non fa progetti che non superino i trenta giorni. Se pensa a se stessa fra 15 anni le si para da vanti la poco allegra immagine di sé stessa rinchiusa in una angusta stanzetta bianca circondata da farmaci, valium, sedativi e pasticche di vario genere.
 
 
La Crauto nonna è si una donna realizzata, ma si sente ancora in evoluzione.
 
 
Il Crauto non solo non è realizzata neanche un po’, ma si sente già arrivata.
 
….
 
 
 
Secondo voi, chi campa di più?

mercoledì, 30 settembre 2009
 Da gente di un certo spessore culturale quale indubbiamente siamo (questa è ironia gente), qualche sera fa io e l'Omino siamo stati invitati ad onorare la serata conclusiva di una piccola mostra d'arte di un gruppo di artisti emergenti.

Emergenti per modo di dire.

L'età media di ogni singolo artista si aggirava attorno alle soglie dei 50 e tutti, nessuno escluso, erano ex mestieranti che causa crisi o causa innegabile incapacità, hanno dovuto chiudere bottega e dedicarsi ad altro.

Ovviamente tutti sbandieravano in giro quanto la loro fosse passione e non bisogno.

Ma va bene uguale.


Non voglio esprimere giudizi sul posto che ospitava la mostra, per altro meraviglioso.
Non voglio esprimere giudizi sulle opere, anche se, secondo il mio modestissimo parere, di opere avevano solo il nome.*
Voglio invece parlare della gente.
Dei cosiddetti artisti.
Della loro pomposità.
Della loro superbia.
Purtroppo chi fa arte appartiene ad una brutta categoria. Sono persone con un ego sfrenato, che amano essere adulate e che vivono per essere adulate.
Creano le loro opere solo ed esclusivamente per poter ricevere complimenti e per poter attorniarsi di persone che, chissà perché, vivono solo per ampliare la già smisurata opinione che loro hanno di sé.
E questo si vede. Eccome se si vede.
Amano riempirsi la bocca di paroloni sofisticati, di vocaboli ricercati di cui a stento a volte conoscono il significato.
Amano disquisire sulle regole del mercato crudele che li ha tagliati fuori (chissà come mai), adorano esporre le loro filosofie di pensiero il più delle volte veramente inconsistenti, esistono per spiegare al mondo la loro superiorità e genialità.
Dico io.
Se per 50 anni nessuno ti si è mai filato, nessuno ha notato il tuo presunto talento tanto decantato a parole ma assente nei fatti, se a stento in una mostra riesci ad esporre in tutto quattro quadri tutti uguali, allora c’è veramente qualcosa che non va.
Ma non è questo il punto.
Il punto è che non sopporto più le persone che non si pongono per quello che in realtà sono.
Ma viceversa si pompano, si erigono da soli a monumenti viventi della storia dell’arte per coprire i vuoti della loro persona. Della loro essenza.
Anche io volendo, almeno per espressione, posso essere definita un’artista. Non tanto perché qualcuno mi ha riconosciuto come tale, quanto piuttosto perché creo qualcosa.
Arte?
Non lo so. Non lo posso dire io. Non voglio dirlo io.
io so solo che non sento alcun bisogno di dovermi far bella agli occhi degli altri solo perché ho messo due righe in croce al di sopra di una tela. O perché ho fotografato lo splendore del sole morente e/o nascente.
Non vedo il motivo per cui tutti al mondo devono sapere di quanto sono sensibile, di come soffro quando creo e di come le mie crisi produttive siano alla base di un processo creativo che pone il dolore e l’anima al centro della mia poetica.**
Santo cielo.
Per me creare è un impulso fisiologico.
È come mangiare o andare in bagno. È una cosa che devo assolutamente fare. Ma non per questo vado in giro a farmi falsa pubblicità o ad esaltare le mie presunte doti.
Io sono la mia arte. Punto. Senza bisogno di dover aggiungere nulla in più di superfluo, senza dover gridare all’umanità quanto sono brava.
Ovviamente non pretendo di essere capita, ma sono sempre pronta a spiegare ed anzi, lo faccio ben volentieri, quello che non è chiaro.
Io odio gli artisti. Li odio pur essendolo.
Spero che anneghino nel loro brodo di egocentrismo e che la smettano di rompermi le scatole con le loro sciocchezze.
Spero che il mondo dell’arte sia un giorno aperto anche a persone normali.
Spero di non dover mai abbassarmi ai loro livelli per dover vendere qualcosa di mio. ***
Spero che le cose cambino. Se chi la produce per primo non cambia atteggiamento e modo di porsi l’arte non sarà mai un patrimonio di tutti. Rimarrà sempre e solo una cosa di nicchia. Una cosa da addetti ai lavori. L’arte è bella, quasi sempre. L’arte ti fa pensare, la maggior parte delle volte, l’arte deve avere dei messaggi, più o meno profondi. Ma deve arrivare a tutti. Deve essere di chiunque abbia voglia di avvicinarcisi.
Non di proprietà esclusiva di chi la fa e di chi la compra che sono poi sempre le stesse cinquanta persone).
Quante speranze…
Scusate lo sfogo che ai più parrà insensato (troppe cose da dire, troppi pensieri non proprio semplici difficili da riportare in cinque righe, troppo rodimento di chiappe che mi leva la lucidità) e fuori dal bollo.
Domani si ritorna a dire cretinate.
 
 
*Alla fine di giudizi ne ho dati. Bocca mia cuciti.
**Non mi riferivo ovviamente a me, ho solo riportato spezzoni dei discorsi uditi in questa occasione
***Per questo non ci sarà da preoccuparsi, se continuo così non si presenterà mai l’opportunità.
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martedì, 29 settembre 2009
Lunedì.

Ore 11 a.m.

Menù del giorno "visita di controllo del dentista con finalità lo stanare eventuali buchi e, per contorno, pulizia dei denti"

Perché si sa, ottobre è il mese della prevenzione, ma settembre è il mese degli idioti.

Dopo essermi distrutta il cervello per benino con le varie riviste-discarica di cui la sala d'aspetto del suo dentista, ovviamente, abbondava e aver appreso che Aida Yespica "supera il dolore per la rottura con il calciatore buttandosi fra le braccia di un milionario (e chi non lo supererebbe così il dolore)”, vengo finalmente chiamata per essere condotta sotto i ferri.
 
Distesa su quella che comunemente viene definita poltrona, ma che in realtà tutti sappiamo essere un comodo letto a tre piazze e mezzo, aspetto pazientemente che il dentista prepari tutti i vari strumenti di tortura.
 
“Benebenebenebenebenebene. Vediamo qui cosa abbiamo, apri la boccuccia gioia”. Il mio dentista ama parlare come un deficiente.
 
“Ahhhh”
 
“Di più Tesoro”
 
“AHHHHHHH”
 
“Ancora un pochino, su da brava!”
 
Quando finalmente secondo lui la mia mascella era abbastanza smagliata, incurante del principio di slogamento in corso e del fatto che nulla nella mia bocca sarebbe mai più stato come prima, inizia finalmente a trafficare con le sue lunghe dita nel mio cavo orale.
 
Ha guardato, ispezionato, toccato, sfregato, tirato, illuminato, picchiettato.
 
Mi ha praticamente violentato la bocca.
 
Il tutto senza dimenticarsi di canticchiare e di porgermi di quando in quando qualche domanduccia di cortesia.
 
Giusto per sciogliere il ghiaccio.
 
“Allora signorina, quanti anni abbiamo?” (me lo chiede tutte le sante volte)
 
“Ue..hhhih..nhue” (25)
 
“Come, come?”
 
“Uenhhhhiiihhhhhnhhueee!” (25)
 
“Ah,ecco, e cosa vedo qui? Ma abbiamo ancora un dentino da latte? Come mai stella?lo sapevi?” Anche questo me lo chiede ogni volta.
 
“Hi” Non è il ciao inglese ma un semplice si. Lo so. Ho ancora i denti da latte perché sotto non ho quelli permanenti.
Evidentemente ho così paura di invecchiare che i miei denti si sono rifiutati di progredire durante il naturale passaggio dall’infanzia all’età adulta.
 
“Selvaggia, Selvaaaaggggiaaaaa, tesoro, vieni a vedere qui, che carina, ha ancora i dentini da latte, quanti anni hai detto che hai tesoro?
 
“…”
 
Dopo aver mostrato la mia dentatura a mezzo studio dentistico e aver appurato, non senza un pizzico di delusione per lo sfumato guadagno,  che non ho niente che non vada, mi spedisce dritta dritta nelle braccia di Selvaggia (appunto)  per il secondo round. La pulizia.
 
Selvaggia è, come suggerisce il nome, veramente un po’ selvaggia.
 
Oltre che nell’aspetto, anche e soprattutto nei modi.
 
Madre di due bimbi maschi è abituata ad essere decisa e sbrigativa ed è convinta che ciò che non strozza, non può che ingrassare.
 
Essendo veramente una donna che va dritta al sodo spesso nella foga si perde qualche pezzo, tipo quell’attrezzo che serve (penso) a succhiare via la bava in eccesso.
 
Ecco.
 
Con quello ha veramente un cattivo rapporto.
 
Lo perde sempre.
 
Le sfugge praticamente dalle mani ogni volta che lo tocca, facendolo piroettare nell’aere per poi farlo immancabilmente cadere sul pavimento.
 
Capita.
 
Non ci sarebbe niente di male se poi lo sterilizzasse prima di usarlo nuovamente.
 
Ma Selvaggia è spicciola sia di modi che di rimedi e da terra spesso e volentieri, lo rimette direttamente nella mia bocca.
 
Senza neanche sciacquarlo. Ma regalandomi di contro un grande sorriso per ribadire (come se non lo avessi capito)m chi è che comanda lì dentro.
 
Ma a me non importa.
 
Anche io sono contro le perdite di tempo.
 
E soprattutto non vorrei mai averla per nemica. Mai.
 
In più ieri Selvaggia era a quanto pare, veramente di fretta.
 
Usando ancora più violenza del solito, ci ha messo appena dieci minuti per terminare il suo lavoro, non senza distruggermi le gengive e, secondo me, anche qualche dente.
 
Si è inoltre dimenticata di regolare il getto di acqua per il risciacquo, di riempirmi il bicchiere dell’acqua creandomi enormi imbarazzi al momento di sputacchiare nella sputacchiera medica il misto di saliva e non so cosa; si è dimenticata perfino di usare il disinfettante e alla fine, per completare il tutto, si è dimenticata di pulirmi la parte in alto a sinistra dei denti.
 
Quando sono uscita da lì sembravo uno scherzo della natura: i capelli sconvolti, gli occhi ricolmi di lacrime, il viso impiastrato di acqua e altre robe e, come se non bastasse, mi sono anche ingoiata la magica mistura (la roba che ti rimane in bocca) non avendo avuto modo di potermene liberare in altre maniere, forse più consone.
 
Tremendo.
 
Selvaggia non si è però dimenticata di chiedermi l’onorario.
 
Nonostante andasse così di fretta.
 
Alla fine, quando oramai non ero altro che l’ombra di me stessa, sconvolta e con 100 euro in meno, forse per pietà, forse per darmi il colpo di grazia, ha avuto il coraggio di dirmi che in fondo questa volta i miei denti stavano messi bene e che non era poi così necessario pulirli.
 
Non l’ho uccisa lì sul colpo.
 
No.
 
Però stavolta la denuncio.
 
Eccome se la denuncio.
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categoria:karma, tormento, crauti a colazione
sabato, 26 settembre 2009

Quando ero piccola, nella mia ormai remota infanzia ero ciò di più lontano da quella che in genere viene definita una "bambina graziosa".

Magra come un chiodo ma comunque parecchio alta per la media comune, due occhi a palla di un azzurro abbagliante che si infossavano in altrettanti cerchi violacei, il naso effettivamente troppo grande per quello che era il mio visino sempre troppo smunto e pallido. Le labbra di contro erano di un carminio esageratamente vivido. Senza contare il groviglio di ricci ribelli che mia madre lasciava crescere praticamente allo stato brado, incurante degli scioccanti effetti di disgusto che provocava negli altri bambini.

In più come se questo non bastasse ero veramente un maschiaccio. Una furia vivente. Un esagerazione di energia e di violenza inespressa che però ogni tanto, a discapito di chi mi capitava sotto mano, esprimevo.

Probabilmente soffrivo di ipertensione o simili. Ma si sa, nel finire degli anni Ottanta la medicina non era ancora arrivata agli altissimi livelli dei giorni odierni e tante cose si ignoravano.

O si faceva finta di ignorarle.

Chissà.


C'è da aggiungere che solo per comodità mia madre amava vestirmi alla buona, senza troppi fronzoli perché si sa, i bambini giocano e sono sempre in movimento e quindi si sporcano in continuo e sempre per il fatto di essere negli anni Ottanta, dove non solo la medicina, ma evidentemente neanche i detersivi sembra che fossero poi così all'avanguardia,  ecco che, immersa nei miei informi abiti comodi,  andavo in giro più come una deportata, una piccola profuga piuttosto che come un'adorabile bimba piena di fiocchi rosa.

Ero insomma repellente come un bruco.

Intorno a me le altre bimbe vivevano la loro infanzia in un tripudio di vestitini frou frou, inebriate da nastrini e spillette, ubriacate da nuove acconciature, treccine, codine, frangettine e chi più ne ha più ne metta, circondate da graziose scarpine e camicette uscite direttamente dal guardaroba di Barbie e sua sorella Sharon (o come minchia si chiama), graziose e leggiadre come delle fatine in miniatura.

Erano in una parola delle femmine.

Io evidentemente no.

Almeno agli occhi degli altri.

Sono sempre stata un po’ sgraziata.

Ma di contro a questa mia innata indole mascolina e all’enorme aiuto che mia madre mi dava per farmi apparire come un essere androgino, avevo sviluppato una forte componente femminile.

Amavo essere femmina.

Volevo essere femmina.

Quando non ero impegnata a tirar calci e pugni e morsi al malcapitato di turno, cantavo a squarciagola per ore e ore le canzoni della Sirenetta e di Cenerentola, mi stordivo con le immagini di Biancaneve e Aurora, sognavo di avere lunghi capelli biondi e lisci, la pelle di pesca e degli occhi proporzionati al viso e, nelle mie fantasie più sfrenate mi vedevo come una piccola e debole principessa così bella e delicata che come unica occupazione nella vita, aspettava di essere salvata dal suo principe azzurro.

Insomma cose così.

Ma la cosa che principalmente facevo, era danzare.

Danzavo e danzavo e danzavo e danzavo. In ogni momento e ovunque mi capitasse.


Con risultati così penosi, ma così tanto terribili che mia madre impietosita si convinse alla fine ad iscrivermi ad una scuola di ballo.

Non vi dico la mia gioia al pensiero di poter finalmente essere libera di indossare l’indumento femmina per eccellenza: il tutù.

In un bordo di giuggiole varcai la soglia della sala da ballo e mi avvinghiai come una patella allo scoglio alla sbarra decisa come non mai a carpire ogni segreto della danza.

Ero intenzionata a sfondare, non tanto come ballerina vera e propria, quanto come bambina.

Poter essere finalmente uguale alle altre e non più uno scorfano maldestro era la mia prospettiva di vittoria.
La promessa per un riscatto futuro.

Ma durò poco.
Negli anni Ottanta oltre che nella medicina e nei detersivi erano a quanto pare parecchio indietro anche a livello di insegnamento: amavano infatti buttarci tutti in una grande mischia, esperti e meno esperti, ballerini classici con quelli di moderna, ma soprattutto bambine di cinque anni con altezzose adolescenti di 17.

Tutti insieme appassionatamente in quel grande calderone che era l’ora di danza.

Di bambine eravamo in due, una, della quale non ricordo assolutamente il nome ma ricordo molto bene che era di una bellezza sconcertante: i capelli grano, gli occhioni da bambola limpidi come l’acqua, le labbra morbide e la pelle bianca bianca. Insomma un’amore.

E poi c’ero io.

Ovviamente l’altra bimba ci mise meno di cinque secondi a conquistare il cuore di tutte quelle ragazze che erano già di loro frustrate non solo perché erano nel periodo critico degli sbalzi ormonali dell’adolescenza, ma soprattutto perché dovevano viverli negli anni ottanta.

Amavano l’altra e odiavano me.

Inutile dire che così come l’altra era al centro di ogni coccola ed attenzione, io ero l’oggetto preferito di ogni loro sfogo, di ogni loro rabbia, ma anche di ogni loro umore.

Ce n’era una in particolare che proprio non mi poteva soffrire: T.

T. aveva i capelli neri e lunghi, ma così lunghi che le arrivavano fin sotto le natiche ed erano quindi proprio all’altezza del mio viso. Come se non bastasse amava portali sciolti e ad ogni sua piroetta finivano immancabilmente in faccia e anche in bocca di tutti, ma in particolare a quanto sembra, nella mia.

MI rimproverava sempre di non mangiarle questi benedetti capelli, come se io andassi a lezione solo per non fare altro.

Una volta che (effettivamente) mi ingollai una ciocca più grossa delle altre T. non ce la fece più e penso bene di sbattermi in faccia quella che secondo lei era la pura verità.

Mi disse che ero una bambina orribile, brutta e priva di armonia e che anzi, la prima volta che mi aveva visto pensava che fossi un maschio e che era inutile che tentavo di ballare perché non sarei mai riuscita a farlo con eleganza e, soprattutto, non sarei diventata mai e poi mai una bambina carina e graziosa come era invece quell’altra (di cui non mi ricordo il nome).

Sbam.

Fu una botta pazzesca.

Quella che le diedi in mezzo allo stomaco.

E il morso che le assestai nell’interno coscia.

E i vari schiaffi e pugni che, seppur deboli, le assestai in quel suo muso diafano pieno di lentiggini.

E soprattutto, i capelli che le strappai.



Effettivamente aveva ragione.

Mollai la danza e mi iscrissi a Judo.

Fu molto meglio così.
postato da: crautoviola alle ore 14:26 | Permalink | commenti (11)
categoria:karma, crauti a colazione, gioventù bruciata che se ne va
mercoledì, 23 settembre 2009
Per la serie "I Grandi perché irrisolti del Crauto" ecco a voi un semplice quesito che a me, personalmente, attanaglia la vita da parecchio tempo ormai.


Vorrei tanto, ma proprio tanto, sapere il motivo secondo il quale io, ogni mattina Dio manda in terra, ma veramente ogni mattina, di ogni mese, di ogni stagione e anche un po' di ogni anno, ho acquisito la particolare tendenza a ficcarmi le mutande a rovescio.


Sempre.


Nonostante presti molta attenzione a dove è stata cucita l'etichetta che indica chiaramente quale sia l'interno e quale l'esterno, nonostante io ispezioni accuratamente ogni centimetro di stoffa per carpirne i segreti del dritto e rovescio, anche se focalizzo il mio sguardo sul cordolo delle cuciture che, per motivi prettamente estetici (ma anche un po' pratici) è chiaramente da porsi a contatto con la nuda pelle, alla fine, vuoi per distrazione, vuoi perché sono svampita, vuoi per quel principio di alzhejmer che da tempo mi corrode la materia grigia, sempre al contrario sono.
 
Non c’è niente da fare.
 
 
Ovviamente me ne accorgo quando è sempre troppo tardi, tipo quando tento di cimentarmi in lussuriose e lascive (ma anche no) pratiche con l'Omino scatenando più che altro la sua ilarità invece del famoso testosterone o anche in ben più caste situazioni ma non per questo meno imbarazzanti (leggi visita medica e/o ginecologica).
 
Il Crauto versus le sue mutande.
 
E vincono sempre loro.



Si. vorrei tanto capire il perché.